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"Del mangiare carne" di PlutarcoCattive abitudinidi Elisa De Marchi Mangiare carne non è la condizione naturale dell’uomo, ma una tradizione brutale, nata per necessità, affermatasi per egoismo. Con questo testo Plutarco mette in discussione l’antropocentrismo che governa la concezione greca dell’universo, così come il pensiero moderno.
Un dio imperfetto ha creato un mondo ingiusto, in cui l’animale non può dare voce alle sue emozioni e dimostrare la sua intelligenza; l’impossibilità di comunicare con le altre specie ha convinto l’uomo della sua superiorità, del suo diritto a dominare sugli altri esseri viventi. Tale convinzione è giustificata sia dalla cultura laica (in primis dalla Politica di Aristotele), sia da quella cristiana; nella Genesi, infatti, si afferma: “Paura e terrore di voi siano in tutte le creature del mondo: gli uccelli che volano nel cielo, e le bestie che vanno sulla terra, e i pesci del mare. Essi sono ora in vostro potere. Ogni animale che si muove e ha vita sarà il vostro cibo”. Plutarco adotta invece una posizione controcorrente, attraverso una profonda riflessione sugli animali, sulla loro dignità ed intelligenza. L’insulto dell’uomo che mangia l’animale è, secondo l’autore, doppiamente grave: perché uccide un essere vivente, degno per natura di rispetto e considerazione; a ciò si aggiunge un’offesa di tipo estetico, poiché la bellezza e la forza dell’animale viene sostituita con brandelli di carne sulla via della putrefazione. Mangiare carne non è nella natura dell’uomo: quest’uso nacque per necessità, ma continua oggi per smodato egocentrismo e pigra abitudine. A dimostrarlo è, in primo luogo, la struttura fisica dell’uomo, che non possiede né artigli né zanne, e mai sarebbe in grado di uccidere autonomamente l’animale che desidera mangiare. Inoltre l’uomo non ama naturalmente il sapore del sangue: la carne viene avvolta in aromi e spezie, come avveniva con i corpi dei defunti durante i riti funebri. Oggi non è più necessario nutrirsi di carne: l’agricoltura può soddisfare tutti i nostri bisogni. Ma l’incomunicabilità tra uomo e animale resta la base, il pretesto, su cui fondare il nostro antropocentrismo e il nostro bisogno di lusso. Plutarco non è così ingenuo da illudersi che l’uomo rinunci alla carne, ma chiede che almeno si risparmino all’animale torture inutili, e che si provi pena per lui: se bisogna ucciderlo, che lo si faccia con rispetto e dolore. Non lo crede possibile, ma immagina un mondo ideale in cui ogni specie goda di rispetto e giustizia; sogna che l’uomo, sceso finalmente dal suo piedistallo di dio incarnato, si renda conto di essere soltanto un essere vivente tra gli altri, tutti egualmente importanti e degni di esistere. Plutarco, Del mangiare carne. Trattati sugli animali, Adelphi, 2001, pp. 296, euro 12,91.
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