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"La bastarda di Istanbul" di Elif ShafakL’identità turco-armenadi Alessandro Rosanò L’articolo 301 del Codice penale turco riconosce il reato di denigrazione dell’identità nazionale turca e prevede sanzioni che possono arrivare anche ai tre anni di reclusione. E’ quanto ha rischiato l’autrice di questo romanzo, Elif Shafak, per via delle parole pronunciate nel corso della storia da alcuni personaggi armeni. Fortunatamente, il processo contro di lei si è concluso con l’assoluzione.
Eppure, la vicenda di questa scrittrice, come anche del suo collega più famoso, il Nobel per la Letteratura Orham Pahmuk, è emblematica di un problema con cui la Turchia non riesce a confrontarsi: il genocidio perpetrato dai Giovani Turchi agli inizi del Novecento contro il popolo armeno e sistematicamente negato dalle autorità turche, ancora oggi. All’incirca, un milione di morti, anche se c’è chi ritiene che la cifra esatta sia almeno il doppio. Elif Shafak, nel suo romanzo, affronta tale tematica, decidendo di mettere l’una di fronte all’altra due famiglie: una turca di Istanbul, i Kazanci (o per meglio dire le Kazanci, visto che si tratta di quattro generazioni di donne), l’altra armena residente a San Francisco, i Tchakhmakhchian. Apparentemente diversi, in virtù delle loro origini, nel corso della storia si scopre che in realtà i due gruppi sono collegati da più di un legame, sia da un punto di vista genetico che da un punto di vista morale. Romanzo corale, le vere e proprie protagoniste possono essere identificate nelle due adolescenti Asya Kazanci e Armanoush (Amy per gli amici) Tchakhmakhchian, anche loro diverse (la prima non vuole avere a che fare con il suo passato, la seconda si reca in Turchia apposta per conoscerlo) e uguali (schiacciate dalla presenza opprimente delle rispettive famiglie, alla ricerca costante di spazi di libertà) al tempo stesso. Tuttavia, la narrazione non si sofferma solo su due ragazze del Duemila, ma attraverso i vari componenti dei diversi nuclei (le zie, la nonna e la bisnonna di Asya, la nonna di Amy) è in grado di risalire sino al momento cruciale, vale a dire sino alla triste pagina del genocidio del 1915. E’ un romanzo strano, quello di Elif Shafak. La prima parte, con i continui salti temporali e spaziali, riesce a solleticare l’appetito e introduce alcuni personaggi che, molto più di Asya e Amy, si imprimono nella memoria del lettore (l’affascinante e anticonformista zia Zeliha, la cara Petite-Ma, l’antipatica nonna Shushan). Nella seconda parte, invece, prevale la necessità di mettere il romanzo al servizio della causa per la quale è stato scritto, ossia dimostrare che tra turchi e armeni non c’è differenza, e questo porta a dei colpi di scena scontati e che banalizzano quella che fino a quel momento era stata una storia interessante, diretta a comunicare un messaggio forte: il passato non deve dirti chi sei, ma semplicemente essere parte di quello che diventerai. Piccola nota enogastronomica: nel corso della narrazione, continui sono i riferimenti alla cucina turca (e armena): kebab, burma, churek, bastirma, kofte, ashure, kaburga. Solo in pochi casi viene spiegato di che si tratta ma il modo in cui i personaggi si relazionano con il cibo è in grado di mettere l’acquolina in bocca anche al lettore. Se non altro, trasmette la volontà di capire cosa possa mai essere un burma. Elif Shafak, La bastarda di Istanbul, Rizzoli, 2007, pp. 385, € 6,90.
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