Un padre e un figlio dentro un appartamento di una Palermo randagia. Vivono nell’assenza di una donna, la prima ballerina dell’Olympia di Parigi, arrivata a Palermo inseguendo un miraggio d’amore, e poi scappata di casa abbandonando i due alla loro solitudine.
Fin dall’inizio dello spettacolo l’atmosfera generale è governata da sottili ambiguità, da misteriose intenzioni che sono il vero cuore dello spettacolo. La scena è delimitata da tre pareti scure che incombono sull’azione e dall’uso di luci fortemente minimaliste. Attraverso racconti in dialetto palermitano che gli attori rivolgono direttamente al pubblico e scene invece di pura azione teatrale prende forma la triste storia di un misero nucleo familiare, di un figlio che assume attraverso l’omosessualità l’identità della madre perduta (come anche tutti i compiti di casa che alla donna una volta spettavano: badare al padre che passa intere giornate davanti alla finestra, con la testa calata sul petto, in attesa della sua signora che mai tornerà; guadagnarsi da vivere con la prostituzione…) e di un padre che dovrà alla fine accettare il rito del travestimento del figlio che uguale si ripete ogni sera.
La bravura della Dante non sta tanto nella costruzione dei dialoghi fra i due personaggi quanto nel saper smontare, con sapienza e freddezza, la variabile tempo. “I ricordi – dice lei stessa – aleggiano nell’aria come foglie d’autunno portate via dal vento”. Il tempo sembra non esistere più. Padre e figlio si muovono sulla scena come se fossero rinchiusi all’interno di un’ampolla di vetro che possiamo osservare da una certa distanza ma, che certo, non possiamo distruggere o intaccare. E’ proprio in questo deficit risiede la potenza drammaturgia dello spettacolo. Chi osserva l’azione è destinato ad occupare un ruolo passivo. Semplice osservatore e, forse, complice delle disgrazie altrui. I due protagonisti, nella loro immobilità fatalistica, sembrano, invece, molto più consapevoli e coraggiosi del pubblico presente. La loro forza sta nel sublimare la stasi senza poterla o volerla cambiare. Bravissimi gli attori. Giorgio Li Bassi (il padre) e la giovane rivelazione Francesco Guida (il figlio) già maschere di per loro: un grasso travestito e un vecchio barbone. Da vedere assolutamente.
MISHELLE DI SANT’OLIVA
testo e regia di EMMA DANTE
con Giorgio Li Bassi, Francesco Guida
luci di Irene Maccagnini
scene e costumi di Emma Dante
una produzione Sud Costa Occidentale