Giulio Cesare, nell’allestimento coprodotto da Ravenna, Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Lucca e Bolzano, arriva nel capoluogo altoatesino a chiudere la stagione d’opera 2024/2025. Titolo celeberrimo di Händel che debuttò nel 1724 con la Cuzzoni e il castrato Senesino, ripreso nel 1725, 1730 e 1732, viene apprezzato per la superba scrittura vocale e la maestosa orchestrazione. Ricchi recitativi e un numero copioso di arie restituiscono tutta la forza necessaria all’azione drammatica e all’unità scenica, intrecciando temi quali amore, politica, gelosia, eroismo, vendetta e gloria.
La regista Chiara Muti, nelle ampie note di sale, si chiede cosa renda un uomo immortale. Trova la risposta nella grandezza del suo destino, per i latini affidato alle Parche. Ecco quindi che la storia nasce dalla corona d’alloro posta in testa a Cesare solo perché l’unico a trionfare nella corsa iniziale verso il potere. Lo sviluppo di questa idea plausibile si perde però in un turbinio d’azione, condito con un’eccessiva ricerca dell’effetto comico. Manca invece l’approfondimento emotivo in quanto la gestione dei personaggi non rende pienamente la loro complessità: Tolomeo è un quindicenne fluido e capriccioso che si contende un lungo mantello dorato con la sorella; Cesare un gigione quasi stranito sul suolo egizio, intento a schivare goffi tentativi di avvelenamento; Cleopatra rimane quasi troppo calata in una rigidità interpretativa. Cornelia viene insidiata pesantemente dal re d’Egitto e da Achilla, mentre la regina intona “Tu la mia stella sei” in una tinozza, cose già viste altrove. Per non parlare del “V’adoro pupille”, trasformato nel consesso di Titania e Bottom e presieduto da un’enorme fata travestita, un mix tra Cicciolina e Paolo Poli in Rita da Cascia. Non potevano mancare infine le idi di marzo e l’aspide fatale. Muti ricorre a un’angosciante visione shakespeariana, distogliendo l’attenzione dalla potenza musicale di Händel, ma l’oscurità di Amleto, Macbeth e Antonio e Cleopatra poco si addice alla luminosa valle del Nilo.
La scena di Alessandro Camera, grazie al disegno luci di Vincent Longuemare, rievoca atmosfere del romanticismo di Füssli, a cui rimandano pure le vesti candide dei mimi e degli egiziani, contrapposte ai neri costumi dei romani, disegnati da Tommaso Lagattolla.



Alla guida dell’Orchestra Haydn c’è Ottavio Dantone che dà una lettura chiara e pulita della partitura, creando un discorso articolato, ricco di colori, sfumature e dinamiche pertinenti e in ottimo rapporto coi cantanti. Apprezzata è anche la sua attenzione al recitativo: dando movimento e vita a questi passaggi spesso sottovalutati, Dantone rende le transizioni particolarmente fluide e naturali.
Nel cast trionfa Marie Lys, già autorevole Alcina a Firenze nel 2022. Cleopatra più calcolatrice che sensuale, possiede un fraseggio curato e la voce omogenea e salda in acuto. Si disimpegna agevolmente sia nel canto d’agilità, sia nei momenti di maggior pathos. Nicolò Balducci è Sesto di grande spessore vocale, capace di reggere il palco con evidente maestria. Raffale Pe, dopo la recente esperienza scarlattiana, tratteggia più un Adriano meditabondo che un Cesare autoritario. Seppur ben risolto sulla scena, il timbro non convince, le agilità sono alla sua portata, ma prive di colori forti. In “Va’ tacito e nascosto” vince però il duello con un corno impertinente. Delphine Galou è Cornelia matronale, dalla vocalità morbida e sapientemente sfumata. Rémy Brès-Feuillet è Tolomeo ampiamente delineato nella sua natura licenziosa, supportato da un’ottima tenuta dei fiati e dalla disinvoltura nel passaggio tra registri. Ottima la prova di Davide Giangregorio come Achilla, voce portentosa e sempre sicura. Completano il cast il Curio di Clemente Antonio Daliotti e il Nireno di Andrea Gavagnin.
Successo generale alla prima del 21 marzo 2025.
Luca Benvenuti