Dopo essersi aggiudicata il premio per il miglior corto della sezione Orizzonti la scorsa edizione con la sua opera terza Snow in September (2022), la regista Lkhagvadulam Purev-Ochir ha scelto nuovamente Venezia per presentare il proprio lungometraggio d’esordio Ser ser salhi (titolo internazionale City of Wind), un altro racconto di formazione che, prendendo le mosse dalla fatica precedente, utilizza la scoperta dei primi impulsi sessuali e l’età del dubbio quale trampolino di lancio per raccontare le contraddizioni e le speranze del proprio paese alle prese con la “modernità compressa”, offrendo al contempo uno spaccato scevro da didascalie e moralismi della gioventù mongola. In concorso in Orizzonti.

Il diciassettenne ZeTergel Bold-Erdene –, brillante studente prossimo al diploma, divide il suo tempo tra lo studio e la pratica sciamanica, un servizio inestimabile per la comunità del suo villaggio, collocato alla periferia di Ulan Bator. Questo almeno fino a quando non incontra MaralaaNomin-Erdene Ariunbyamba, già inteprete del precedente corto –, una coetanea che, superato un delicato intervento al cuore, inizierà a ricambiare le simpatie per il giovane sciamano. Tirato in ballo a godere dei divertimenti di cui normalmente fruiscono gli altri giovani della capitale, Ze si troverà presto dinanzi a un bivio: rinunciare a Maralaa, o alla connessione con lo spirito degli antenati che è finora stato la sua guida.

Dopo il tibetano Pema Tseden – tragicamente scomparso a maggio, benché con il conforto di aver completato il suo ultimo lascito Snow Leopard, che vedrà il buio della sala Fuori Concorso qui al Lido – e i kazaki Adilkhan YerzhanovYellow Cat (2020), Goliath (2022) – ed Eldar Shibanov – autore del titolo più sorprendente della scorsa Biennale College, Mountain Onion (2022) –, la rinnovata accoglienza riservata a Purev-Ochir conferma l’attenzione del festival veneziano per il nuovo cinema dell’Asia Centrale, i cui autori sono determinati a raccontare il volto reale – e inaspettatamente moderno, quantomeno per lo spettatore digiuno di immaginari altaici – del proprio paese.

Nello specifico, il cinema mongolo è già da diversi anni una presenza fissa, benché minoritaria, dei maggiori festival internazionali – basti ricordare la brillante commedia indie The Sales Girl (2021) di Sengedorj Janchivdorj, presentata all’ultimo FEFF a Udine –, complice una generazione di autori anagraficamente e creativamente giovane che, in antitesi alle tendenze produttive interne, che vedono gli investimenti convergere verso serie televisive e film di grande richiamo in stile cartolina, raccontano una nazione distante anni luce dalle iurte bucoliche immerse nel silenzio delle steppe.

In questo senso, Purev-Ochir non fa eccezione e affida alla coppia protagonista il compito di rappresentare la tensione tra un passato ormai avvertito come inattuale e foriero di arretratezza, irrimediabilmente legato alla lunga stagione della Repubblica Popolare Mongola e della povertà endemica precedente la liberalizzazione dei primi anni Novanta, e un futuro di prosperità materiale che però non sembra dare alcuna risposta sul fronte dell’identità nazionale e culturale, al punto da spingere la gioventù alla fuga: non a caso, il primo rendezvous di Ze e Maralaa avviene nei pressi di un murale che commemora la storica amicizia con l’URSS, in cui soldati sovietici e mongoli sono ritratti nell’atto di scambiarsi i saluti, abbattute le insegne naziste e del Giappone imperiale; ancor prima, Maralaa aveva confessato il suo desiderio di spostarsi in Corea, sinonimo di benessere e stile che costituisce oggi la prima destinazione per studio e lavoro per i giovani migranti dell’Asia Centrale.

Ma tra la nostalgia per i tempi andati – che la generazione dei due adolescenti non può legittimamente comprendere appieno – e l’allettante prospettiva di farsi una vita altrove – un altrove che, da quanto traspare dai social media, è già proiettato nella modernità che in Mongolia tarda ad arrivare –, resta un presente incerto da cui è impossibile emanciparsi, e la cui incertezza si dilata di pari passo con quella della gioventù che lo vive in tempo reale.

Da qui, il chiasmo che contrappone Ze e Maralaa, e che lascia presagire il triste esito della loro storia: Ze, sciamano che dovrebbe incarnare i valori tradizionali e la fermezza che a questi si accompagna, è caratterialmente più esitante e sogna di trasferirsi in uno dei condomini di nuova costruzione nel centro della capitale; dal canto suo, Maralaa, che al progresso tecnologico “di importazione” deve la propria vita – è una valvola cardiaca sintetica a restituirle la libertà di un’adolescenza normale –, preferirebbe invece ritirarsi in campagna, lontana dalle tribolazioni familiari che disturbano il suo equilibrio. Sospinti in direzioni diverse, eppure aventi la propria origine nello stesso punto di frattura, i due ragazzi assurgono così a rappresentare un’intera generazione che non possiede una lingua franca emotiva per comunicare il proprio disagio, nonostante la ritrovata spiritualità di Ze nel finale possa alludere a una parziale apertura della regista verso la tradizione quale uscita da detta impasse.

Affidandosi a un simbolismo semplice ma non per questo incapace di suscitare riflessioni di carattere globale, City of Wind si configura come affresco di una nazione tanto più accorato nel suo essere implacabilmente critico, caratterizzato da toni sommessi e da un realismo magico che tradiscono l’amore viscerale di Purev-Ochir per il proprio paese e per il racconto nella sua forma più ancestrale: quella ricorsiva, circolare, incardinata sui capisaldi dell’agnizione e del risveglio. Accorgimenti che impediscono al film di scivolare in un documentarismo altrimenti puramente nostalgico – quello sì chiaramente collocato sul fronte (ideologico) opposto a quello dell’autrice.